L’Unione Europea è in fase di preparazione per affrontare i nuovi dazi imposti recentemente da Donald Trump. Tuttavia, Ursula von der Leyen ha sottolineato che “i negoziati possono ancora essere condotti”. Giorgia Meloni, impegnata a evitare un conflitto commerciale con gli Stati Uniti, ha cancellato tutti i suoi appuntamenti di ieri per dedicarsi a questa causa. Secondo le stime di Confindustria, tale conflitto potrebbe ridurre il PIL italiano di quest’anno di mezzo punto percentuale. I settori più toccati dalle tariffe statunitensi includono meccanica e agroalimentare, mentre il settore farmaceutico sembra essere escluso. Abbiamo intervistato Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison e professore di economia industriale presso l’Università Cattolica di Milano.
Qual è stata la sua reazione all’annuncio dei dazi da parte di Trump?
Il presidente americano sembra proseguire sulla linea che ha portato alla sua elezione, cercando di placare gli stati meno ricchi, tra cui quelli industriali del nord e agricoli del centro, più colpiti dalla crisi. Trump presenta gli alleati esterni come sfruttatori degli USA, responsabili della perdita di posti di lavoro, una narrazione che distorce la realtà per calmare un elettorato frustrato.
Chi è responsabile, allora, della chiusura degli stabilimenti e della perdita di posti di lavoro negli USA?
Trump stesso ha riconosciuto che un tempo gli USA erano leader nella produzione di microchip e computer. Se oggi non lo sono più, la colpa non è di stati esterni ma delle multinazionali americane che hanno spostato la produzione, in particolare in Cina. Il magnate dovrebbe criticare il sistema economico del suo paese, ma non può, poiché è supportato dall’elite economico-finanziaria statunitense.
Trump ha considerato anche i surplus commerciali di alcuni paesi, incluso l’UE, nell’imporre i nuovi dazi?
I dazi verso l’UE sono meno severi rispetto a quelli verso la Cina e il Giappone, dato che le aziende americane non hanno delocalizzato significativamente in Europa. Tuttavia, è importante considerare i dati relativi agli scambi commerciali: nel 2023 l’UE ha avuto un surplus commerciale di beni di circa 215 miliardi di euro, ma includendo i servizi, il surplus scende a 100 miliardi, rispetto ai 170 del 2019.
Perché questa diminuzione?
Nel 2023, l’UE ha mostrato un deficit di 114 miliardi di euro in servizi verso gli USA, un aumento significativo rispetto ai 17 miliardi del 2019. Questo è largamente dovuto ai diritti di proprietà intellettuale, con un deficit di 127 miliardi nel 2023.
Cosa include questa categoria?
App, film, serie TV in streaming e licenze software, spesso forniti da multinazionali americane che hanno anche sedi in Irlanda. L’UE dovrebbe evidenziare questa situazione a Washington, mostrando che il surplus nei beni non ha sottratto posti di lavoro agli americani, dato che si tratta di prodotti non prodotti o non più prodotti negli USA.
E per le auto, non sono considerate “premium”?
Le auto tedesche più popolari negli USA differiscono notevolmente dai pick-up e jeep prodotti localmente. Sarà interessante vedere se la Casa Bianca esenterà Canada e Messico dai dazi per non complicare la produzione di auto negli USA, data la dipendenza da componenti prodotte in questi paesi. Se ciò accadesse, dimostrerebbe che l’amministrazione non si focalizza sul disavanzo commerciale o sulla perdita di posti di lavoro.
Qual è l’impatto di questi dazi sul Made in Italy?
Difficile prevederlo con precisione, dato che non è chiaro come saranno applicate le tariffe annunciate. Potrebbero esserci sospensioni o esenzioni, come già visto per Canada e Messico. Certamente, nessun prodotto italiano ha causato la perdita di posti di lavoro negli USA negli ultimi 20 anni. Al contrario, aziende italiane hanno aperto stabilimenti oltreoceano, creando nuovi posti di lavoro. Tuttavia, prodotti come il Parmigiano Reggiano o le acque minerali, considerati “premium”, potrebbero non subire una grande riduzione di consumo nonostante l’aumento dei costi.
E per i vini?
Non è certo se i dazi saranno applicati anche agli alcolici in modo differenziato, quindi bisognerà attendere per capire meglio la situazione. È importante ricordare in Europa, e farlo presente a Washington, che i prodotti agroalimentari italiani non hanno sottratto posti di lavoro agli americani. Se molte aziende negli USA hanno chiuso, non è a causa del Barolo o del Pecorino, né delle Ferrari o degli yacht italiani.
Quindi, è necessaria una risposta europea unitaria ai dazi americani?
Sì, come ha affermato il presidente della Repubblica Mattarella, l’UE dovrebbe rispondere in modo sereno, unito e determinato. Per l’Italia, è cruciale salvaguardare alcuni prodotti agroalimentari e prevenire l’esodo di investimenti da parte di aziende farmaceutiche americane che hanno scelto il nostro paese per la loro competitività e capacità di servizio a livello globale, e non per benefici fiscali.
Anche la meccanica, non solo l’agroalimentare, è a rischio di essere colpita dai dazi?
Non saranno solo i dazi su macchinari, come quelli per gli imballaggi, che noi produciamo con eccellenza, a creare difficoltà. È fondamentale evitare tariffe che colpiscano settori con ampie ramificazioni socio-economiche nel nostro tessuto produttivo: produttori di vino, salumi e formaggi sono numerosi e diffusi in tutta Italia. Abbiamo perso 6 miliardi di export verso la Germania in due anni, ma sembra che nessuno se ne sia accorto; quindi, il problema non è tanto perdere una cifra simile di export verso gli USA, quanto evitare danni per quelle economie locali così vitali e attive.
È possibile tutelare questi interessi italiani in una negoziazione tra USA e UE?
Gli accordi commerciali devono essere gestiti a livello europeo, quindi è essenziale che queste preoccupazioni siano portate dall’Italia in Europa. Se ci sarà qualche dialogo diretto tra Roma e Washington, questo potrebbe essere vantaggioso.
È meglio che l’UE eviti controdazi, visto che, come ha anche indicato Confindustria, una guerra commerciale peggiorerebbe la situazione economica?
Le esperienze storiche dimostrano che le politiche protezionistiche tendono a peggiorare le situazioni anziché migliorarle. È quindi necessario negoziare con gli Stati Uniti. Piuttosto che imporre controdazi su whiskey e Harley Davidson, l’UE dovrebbe presentare i dati sugli scambi commerciali di servizi, soprattutto per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale, che potrebbero essere tassati in modo specifico e differenziato. Probabilmente, le aziende vicine al presidente USA non apprezzerebbero.
(Lorenzo Torrisi)
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Alessandro Conti ha conseguito una laurea in ingegneria finanziaria presso il Politecnico di Torino, con una specializzazione in tecnologie finanziarie. Ha lavorato come consulente per diverse start-up fintech e istituzioni bancarie. La sua specializzazione riguarda la regolamentazione dei servizi di pagamento e l’implementazione di soluzioni conformi alle nuove normative europee, in particolare PSD2. Su ComplianceJournal.it, Alessandro condivide le sue conoscenze sulla digitalizzazione dei servizi finanziari e sui rischi emergenti legati alle innovazioni tecnologiche nel settore bancario.