Pochi giorni fa, un collega giornalista esprimeva la sua sorpresa nel trovare i miei articoli pubblicati su ilsussidiario.net riguardanti diversi temi. Devo ammettere che le mie conoscenze sono abbastanza limitate, tuttavia ho attraversato e talvolta subito numerose esperienze che hanno dato vita ai miei scritti, spesso stimolando reazioni da parte di esperti del settore.
Per esemplificare, non ho mai prestato servizio militare e non sono per niente esperto in materia di armamenti. Riesco a stento a distinguere un tipo di pistola da un altro. Tuttavia, una volta mi trovai costretto a recarmi in Tagikistan per visitare alcune piccole comunità cattoliche, poco dopo che i talebani avevano invaso il paese provenendo dall’Afghanistan. Lì, mi ritrovai in una situazione alquanto insolita.
Entrai nel paese senza visto né biglietto aereo e, al momento della partenza, dovetti “chiedere un passaggio” su un aereo che trasportava feriti da Dushanbe ad Almaty. Si trattava di membri di un battaglione kazako di sminatori, inviati sotto l’egida delle Nazioni Unite per assistere il governo locale.
A bordo, un ufficiale mi informò che si erano feriti mentre tentavano di disinnescare mine, in gran parte di produzione italiana. Potete immaginare il mio imbarazzo quando, nonostante la mia fluente conoscenza della loro lingua, capirono che ero italiano. Non posso confermare l’accuratezza delle informazioni ricevute, poiché, come ho detto, non sono un esperto di armamenti. Tuttavia, questa esperienza mi ha portato a riflettere su alcune questioni.
In un periodo in cui l’Europa, e l’Italia in particolare, stanno considerando il riarmo, possiamo realmente parlare di armi “buone” o “utili”, necessarie per esercitare quella legittima difesa riconosciuta praticamente da tutti, anche da Gandhi?
Ripenso anche alle mie esperienze dell’anno scorso, in luglio, quando visitai l’ospedale pediatrico di Kiev, bombardato il giorno prima del mio arrivo: 46 vittime tra bambini e personale. In quell’occasione, il direttore sanitario fece una dichiarazione: “Questo massacro è certamente opera dei russi, ma è stato anche causato dalla vostra mancata fornitura di missili antiaerei sufficienti”.
Dopo aver chiarito che, ovviamente, non era colpa mia, suggerii che forse anche noi in Italia soffriamo di una carenza di missili antiaerei. Adesso, non so esattamente di quali armamenti abbiamo bisogno. Missili intercontinentali e cacciabombardieri per colpire il nemico (quale?) anche sul suo territorio, o altro?
Per il momento, è consigliabile lasciare spazio alla diplomazia, che però per essere efficace necessita anch’essa di “armi”: proposte ragionevoli, accettabili, che possano convincere soprattutto i potenziali nemici che non conviene attaccarci. Non tanto per il timore delle nostre forze armate, quanto perché distruggendo l’Italia e l’Europa, distruggerebbero anche una parte di se stessi.
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Alessandro Conti ha conseguito una laurea in ingegneria finanziaria presso il Politecnico di Torino, con una specializzazione in tecnologie finanziarie. Ha lavorato come consulente per diverse start-up fintech e istituzioni bancarie. La sua specializzazione riguarda la regolamentazione dei servizi di pagamento e l’implementazione di soluzioni conformi alle nuove normative europee, in particolare PSD2. Su ComplianceJournal.it, Alessandro condivide le sue conoscenze sulla digitalizzazione dei servizi finanziari e sui rischi emergenti legati alle innovazioni tecnologiche nel settore bancario.