Blockchain, Distributed Ledger Technologies, criptovalute sono termini che possono creare confusione.

Abbiamo incontrato la Dottoressa Silvia Attanasio, Responsabile della Ricerca di ABI Lab, centro di Ricerca e Innovazione per la Banca promosso dall’Associazione Bancaria Italianaper comprendere cosa si sta facendo in Italia, conoscere meglio questa nuova tecnologia, approfondire quali potranno essere le sue applicazioni concrete, quali gli effettivi punti di forza e di debolezza.

ABI Lab sta lavorando a un progetto che ha l’obiettivo di applicare la nuova tecnologia al processo di spunta interbancaria.

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Dottoressa Attanasio, può introdurre brevemente l’attività che state svolgendo, per l’applicazione della Distributed Ledger Technology al processo di spunta interbancaria?

ABI Lab è un centro di ricerca per le Banche, promosso dall’Associazione Bancaria Italiana, e il progetto in corso nasce nell’ambito dell’attività del centro, al fine di creare un presidio su tematiche di innovazione e trasformazione tecnologica e digitale.

Pertanto, si è condotta un’analisi che ha raccolto i principali ambiti di applicazione e use-cases riconducibili a banche italiane ed estere. Dopo questa prima fase e un positivo riscontro da parte delle Banche, che hanno mostrato un grande interesse verso lo sviluppo di questa nuova tecnologia, si è cercato un ambito di applicazione su cui poter sperimentare e quindi trovare un caso concreto per poter mettere alla prova la tecnologia e verificarla nel suo funzionamento reale.

È così che si è pensato al mondo della spunta. Il tema della riconciliazione è uno dei possibili ambiti di applicazione, anche se non tra quelli più in voga al momento.

Per noi ciò rappresentava un processo su cui era opportuno studiare dei miglioramenti ed era un tema aperto sul tavolo del back office da diverso tempo. Quindi è stata fatta un’analisi e un’attività di istruttoria per verificare se fosse fattibile.

Abbiamo cercato quella che poteva essere la piattaforma tecnologica più adatta per questo specifico use-case. Abbiamo deciso di concentrarci sul mondo delle cosiddette blockchain permissioned (comunemente chiamate DLT) ed è stata scelta Corda, del progetto R3, nato da un gruppo di banche nazionali e internazionali che hanno costituito questo consorzio proprio con l’obiettivo di realizzare sviluppi della blockchain su progetti di specifico interesse bancario.

NTT Data, con expertise in system integrators e un centro di competenza su blockchain e DLT, è stato selezionato invece per la fase di implementazione, e  sta seguendo lo sviluppo effettivo.

Come è nata l’idea di iniziare proprio con l’applicazione delle tecnologie DLT sul processo di spunta interbancaria, piuttosto che su altri processi? Quali sono i vantaggi e quali i limiti di tale scelta?

Il processo di spunta interbancaria è un processo prettamente domestico, relativamente semplice e di nicchia, ed è regolato da un Accordo Interbancario emanato dall’ABI nel 1978.

È noto che questa tecnologia distribuita produce i suoi massimi effetti se si riesce a coinvolgere l’intero ecosistema che ruota attorno al processo in esame. La spunta ha proprio il pregio di definire molto chiaramente chi sono gli attori di questo ecosistema, cioè tutte le banche italiane.

La parola ledger del termine distributed ledger” vuol dire proprio ‘libro mastro’. E la spunta interbancaria è basata su libri mastro bilaterali, quindi il passaggio da un libro mastro bilaterale ad un libro mastro multilaterale (con alcuni aggiornamenti tecnici) è sembrato abbastanza immediato.

Il processo, poi, non ha rilevanza di business, non è esposto verso l’esterno, non produce effetti molto ampi, le risorse dedicate sono limitate e sembra quindi il contesto ideale su cui applicare in sicurezza una tecnologia così nuova.

Si aggiunga, infine, che la regolamentazione di riferimento necessitava di un aggiornamento, perché caratterizzata da una certa obsolescenza e quindi offre diverse opportunità di ammodernamento.

Quali e quante sono le banche che aderiscono al progetto?

Nell’ambito del tavolo di lavoro ci sono 14 banche nazionali e internazionali operanti in Italia, di varia tipologia e dimensione e rappresentano circa il 66% del settore.

Chi non partecipa al progetto, continuerebbe a utilizzare il processo tradizionale?

In questo momento il progetto è in una fase di sviluppo e di test, quindi va verificato che tutto funzioni correttamente.

Se così dovesse essere, potremmo decidere come tavolo di lavoro di proporre all’ABI, tramite il Comitato Esecutivo, di aggiornare l’accordo interbancario del ‘78. In tal caso, tutti dovrebbero migrare al nuovo processo, in quanto non è pensabile di gestire in parallelo le due modalità operative.

La fase operativa del progetto è stata avviata all’inizio di dicembre. Quali saranno gli step successivi?

A fine gennaio abbiamo condiviso una proposta di standardizzazione e i requisiti funzionali; ora si sta progettando l’architettura. L’obiettivo è di sviluppare l’applicazione entro il mese di marzo e poi procedere al collaudo tra aprile e giugno.

Crediamo che la tecnologia sia un paradigma molto innovativo; capire però quali possano essere i benefici effettivi che potremmo concretamente realizzare, deve passare necessariamente attraverso un’esperienza concreta. Quindi uno degli obiettivi di questo progetto è proprio capire quali possono essere gli ambiti che potranno trarne beneficio in futuro e quanto si può immaginare effettivamente di estenderlo.

Come si sta muovendo il mercato sul territorio nazionale e internazionale? Ritenete ci siano dei potenziali competitors rispetto alla vostra attività?

Ci sono molti progetti attivi a livello internazionale. Per fortuna, perché solo in questo modo si  riuscirà a capire quali sono i punti di forza e di debolezza della tecnologia e quanto sia opportuno e sensato investire in questo ambito.

Più che competitors, li definiremmo una molteplicità di fonti e di teste che ragionano su questo tema, portando benefici a tutti.

In questo momento, sulle tecnologie di tipo permissioned in produzione, non c’è quasi nulla ed è bello essere tra coloro che stanno lavorando a questi sviluppi. Infatti, il nostro punto di forza e anche il beneficio che possiamo portare come centro di ricerca è favorire la diffusione della conoscenza su questo ambito verso tutte le banche, dalle più grandi a quelle più piccole.

In base alla vostra esperienza, le competenze disponibili sul mercato nazionale sono adeguate per gli sviluppi come quello che state promuovendo? In caso abbiate riscontrato difficoltà nel selezionare risorse con skills specifici, quali sono le aree che vi sembrano più carenti?

L’ambito è talmente nuovo per cui le competenze vanno costruite. Questo è uno dei nostri obiettivi.

I colleghi di NTT Data hanno un centro di competenza specializzato anche nelle tecnologie Blockchain/ DLT in Italia, uno dei tre centri di riferimento di NTT Data a livello globale, che interagiscono continuamente fra loro. Si trova in provincia di Cosenza ed è una bella realtà sviluppata anche in collaborazione con l’Università della Calabria.

All’interno delle banche alcune hanno già delle competenze sviluppate, altre stanno investendo anche in questo ambito. Faremo una sessione formativa a beneficio delle Banche che lavorano con noi. La sfida è di imparare insieme su questo mondo nuovo, costruendo.

Ci può spiegare quali valutazioni state facendo sull’utilizzo degli smart contract? Nella blockchain sono irrevocabili e pertanto potrebbero generare difficoltà applicative e legali.

Gli smart contract saranno oggetto di un approfondimento futuro, con un tavolo che stiamo attivando in questo momento.

La tecnologia Corda consente di associare ad ogni transazione uno stato, che deve essere validato da entrambi le parti coinvolte nella transazione. E quindi in questo caso in realtà è possibile annullare o stornare delle operazioni.

Infatti, mentre la blockchain unpermissioned  utilizzata per i Bitcoin, è aperta e non ha una “proprietà” o un attore di riferimento, la permissioned può essere controllata. Lo scambio delle informazioni in questo caso avviene non con visibilità da parte di tutti gli attori, ma solo su base bilaterale. Quindi sono solo le due Banche coinvolte nella singola operazione ad avere visibilità sulla stessa.

Questo semplifica anche in termini di riservatezza e sicurezza delle informazioni. Il paradigma distribuito “un nodo per ciascuna banca” in specifici contesti e casi d’uso rende più sicuro lo scambio delle informazioni.

Questi accorgimenti rispetto alla blockchain originale consentono di andare incontro alle esigenze operative del settore.

Cosa vi auspicate che venga sviluppato e introdotto, dal punto di vista normativo nazionale ed europeo, a supporto dell’area in cui state investendo?

Dal punto di vista della regolamentazione sulla blockchain è importante ragionare in modo aperto su questa nuova tecnologia. Si corre un po’ il rischio di fare confusione tra cripto valute, le DLT, la blockchain.

In realtà, abbiamo notato che il nuovo decreto ministeriale in consultazione del MEF si muove in modo cauto, cercando di non soffocare l’innovazione.

Da una parte c’è il mondo delle criptovalute, che va monitorato, misurato e posto sotto alcune regole, come l’antiriciclaggio. Dall’altro, c’è il tema di come utilizzare la tecnologia sottostante, su cui al momento non ci sono ancora specifici provvedimenti normativi.

Banca d’Italia sta guardando in modo positivo e di ascolto verso il mercato, anche grazie al canale Fintech. Per un approccio veramente efficace del regolatore, sarà necessario accompagnare questo processo con i risultati delle realizzazioni concrete, in modo da capire di cosa c’è bisogno e quali sono i rischi reali. Molto probabilmente guideranno più i processi che la tecnologia, quindi dipenderà da quali saranno gli effettivi ambiti di applicazione.

Come pensate che le funzioni di audit, compliance e risk management debbano evolversi per adeguare i loro piani, attività e competenze di fronte alle nuove sfide tecnologiche?

Una delle promesse della distributed ledger è assicurare una maggiore auditability dei processi. Quindi è sicuramente un tema che chiama le funzioni di controllo quasi come alleate, perché possono portare una semplificazione ed un aumento di efficacia in molte attività di controllo.

Sicuramente il primo step è avvicinarsi a queste tecnologie, capirne i riflessi, le caratteristiche, gli impatti sui processi e cercare anche di partecipare a progetti di sviluppo, per poter contribuire sin dal disegno originario alla valutazione dei punti di forza e di debolezza, delle esigenze in termini di controllo, delle modifiche in termini di rischi inerenti sui processi a seguito delle nuove tecnologie.