A livello europeo, è in corso un progetto per identificare e implementare modi tramite cui il settore finanziario possa riconnettersi con l’economia reale e sostenere una transizione verso un’economia più efficiente  e circolare sotto il profilo delle risorse per effettuare investimenti sostenibili e a lungo termine.

La proposta di cui parliamo oggi fa parte di un pacchetto presentato dalla Commissione europea il 24 maggio scorso, dopo aver annunciato a marzo un piano d’azione per la finanza sostenibile; uno degli obiettivi primari di tale processo è appunto quello di includere elementi di sostenibilità ambientale, sociale, di governance nei processi decisionali di investitori e di gestori patrimoniali. I tre fattori insieme sono stati definiti con l’acronimo “ESG” (environmental, social, governance).

Gli obiettivi del processo

Il lavoro della Commissione è stato anticipato da una relazione predisposta da un gruppo di esperti, pubblicata a gennaio 2018, con cui si sostiene che ri-orientare i flussi di investimento in progetti sostenibili a lungo termine è un elemento imprescindibile per migliorare la stabilità del sistema finanziario. Il rapporto propone di:

  • definire un sistema di classificazione, o “tassonomia“, per fornire chiarezza al mercato su cosa si intenda per “sostenibile”;
  • chiarire gli obblighi degli investitori quando si tratta di realizzare un sistema finanziario più sostenibile, migliorando la comunicazione esterna da parte delle imprese su come la sostenibilità sia parte del proprio processo decisionale;
  • creare un marchio europeo per i fondi di investimento ‘verdi’;
  • includere la sostenibilità nei mandati delle autorità di vigilanza;
  • definire uno standard europeo per le obbligazioni ‘verdi’.

Il primo passo è indubbiamente stabilire quando un’attività economica può essere considerata sostenibile, definendo criteri uniformi nell’area UE. Tale tassonomia dovrà poi essere incorporata nella futura normativa e fornirà le basi per le classificazioni in aree diverse (ad esempio norme, etichette, parametri di sostenibilità, ecc.).

Ad oggi, le interpretazioni di investimenti sostenibili divergono tra i Paesi membri. Alcuni hanno introdotto programmi di etichettatura o iniziative guidate dal mercato per determinare ciò che è “verde” nell’ambito di un investimento; altri, per contro, non hanno ancora norme in vigore su questo tema.

Etichette nazionali basate su criteri diversi rendono difficile per gli investitori comparare gli investimenti, scoraggiandoli quindi dall’investire oltre confine. Le differenze sono anche un onere per gli operatori che devono conformarsi a norme diverse nei diversi Stati membri.

 

I prossimi passi

Secondo la Commissione, i criteri per determinare cosa costituisca un’attività sostenibile a fini di investimento dovrebbero essere standardizzati a livello dell’UE. Dunque, la proposta di maggio avvia una procedura graduale per l’istituzione di un sistema di classificazione UE, che coinvolga un ampio numero di parti interessate, con le conoscenze e le competenze necessarie, e tenga conto del fatto che i temi e gli obiettivi della sostenibilità si stanno evolvendo rapidamente.

L’action plan di marzo ha tre obiettivi generali, ad alto livello:

  1. ri-orientare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili per ottenere una crescita sostenibile e inclusiva;
  2. gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale, dai problemi sociali; e
  3. promuovere la trasparenza e la prospettiva di lungo termine nelle attività finanziarie ed economiche.

Il documento è accompagnato da un “impact analysis”, che stima dei costi limitati, per quelle società che integrassero i fattori ESG nella propria decisione di investimento e nel processo di consulenza in maniera standardizzata. Mentre, per coloro che avessero già introdotto elementi di sostenibilità, ma con una tassonomia propria, è ipotizzabile un livello di costi maggiore, legato alla necessità di adeguarsi al framework europeo.

In termini di disclosure, invece, a partire dal 2018, con la direttiva sulla “Comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni”, viene già richiesto a società quotate o rilevanti di fornire dati relativi a politiche di sostenibilità. È ovvio che per le società non incluse nel perimetro della Direttiva, in particolare le SME, questo obbligo comporterà dei costi aggiuntivi. Tuttavia, la Commissione ritiene che tale sforzo sarà compensato da una maggiore facilità ad accedere ad ulteriori investitori.